martedì 10 novembre 2009

L'angolo del gobbo 29 / Il Brivido Sportivo


La vittoria a Udine della Fiorentina ha messo il turbo all’entusiasmo viola, in ottima compagnia nella parte alta della classifica in campionato e con un piede negli ottavi di Champions League.
1,84 è la media punti di Prandelli in campionato (302 in 164 partite), 8 i giocatori andati in gol fino a questo momento, 7 gli assist di Vargas, 3 i gol del laterale sinistro. Numeri che dicono molto ma non tutto dell’attuale stagione.
C’è, infatti, un numero che pochi hanno guardato e che, a mio modesto parere, è molto più importante ed esemplificativo: la Fiorentina ha un solo punto in più rispetto alla stagione scorsa. Quest’anno è quarta a pari merito con la Sampdoria, a meno 8 dall’Inter. L’anno scorso era settima a pari punti col Genoa e a meno 7 dai nerazzurri.
L’anno scorso il Milan era a meno 1 e la Juventus a meno 3, quest’anno i bianconeri sono a meno 5 e il Milan è a meno 7. Senza un rallentamento importante dell’Inter lo scudetto è già assegnato e in giro non c’è squadra che possa contrastare la forza e la fisicità, leggasi in questo caso anche come impunità, della corazzata di Mourinho.
La Fiorentina cercava continuità, l’ha trovata? Chissà, i numeri direbbero che meglio dell’anno scorso riesce a stare tra le grandi, ma non c’è poi tutta questa differenza, un solo punto in più in campionato e un altro punto in più di distanza dalla prima.
Se, quindi, la grandezza viola si dovesse riassumere attraverso i numeri si farebbe una gran fatica a dimostrare che questi sono il frutto di una maggiore concretezza e di una stabilità che prima non c’era. Forse, i risultati in Champions stanno dando maggiore convinzione a tutto l’ambiente e allora i colori sono più vividi, i sorrisi più vivaci, il gruppo più compatto, ma tutta questa differenza io non la vedo.
La Fiorentina, valori alla mano, ha le carte in regola per riqualificarsi in Champions, magari anche senza preliminari, con un buon sorteggio potrebbe anche arrivare ai quarti, ma la stagione finirà ancora una volta con tante pacche sulle spalle e nessuna vittoria in bacheca.
Il mercato di gennaio ci dirà poi quanto la società intenderà investire veramente nella squadra, che sta facendo, questo sì, di necessità virtù con grande stile. Una formazione tra le prime in campionato e ancora in piedi in Champions meriterebbe qualche bel regalo di Natale posticipato.

lunedì 9 novembre 2009

La Corea del Nord / l'Unità


Do You Remember? 1-0.
C’è poco da fare, la vittoria della Corea del Nord contro l’Italia ai Mondiali inglesi ha fatto epoca, probabilmente, alla voce sport&costume, lo possiamo archiviare come uno dei fatti più rilevanti del secolo scorso. Anche la Corea del Sud, nel 2002, cerco d’intimidirci con quel ricordo e poi riuscì a eliminarci.
Il gol lo segnò il dentista non dentista, pare che avesse la qualifica ma non esercitò mai la professione, Pak Doo Ik che così fu promosso da caporal maggiore a sergente e divenne un eroe nazionale, in seguito è stato Ct della rappresentativa alle Olimpiadi di Montreal e tedoforo nel 2008. Il regime di Kim Il-Sung, “Padre della Patria”, però, non perdonò a molti suoi compagni di squadra i festeggiamenti “eccessivi” e “borghesi” dopo la vittoria contro gli azzurri, così furono condannati ai lavori forzati, mentre il loro tecnico, Myong Rae Hyon fu accusato di attività antirivoluzionarie. Da questa vicenda nel 2002 è stato prodotto un documentario, The Game of Their Lives, che racconta la storia di sette componenti la squadra del ’66 ancora vivi.
I veti incrociati degli anni Settanta e Ottanta non hanno fatto la fortuna di una Nazionale che avrebbe avuto, comunque, poco da dire al movimento asiatico e mondiale. Niente in confronto alla squalifica comminata dalla Fifa alla Corea del Nord dopo gli incidenti del marzo 2005 durante il match con l’Iran per le qualificazioni ai Mondiali tedeschi.
Gli iraniani erano già sul 2-0 e un rigore negato ai padroni di casa scatenò l’ira dei tifosi che iniziarono a tirare pietre, bottiglie e seggiolini, mentre un’invasione di campo costrinse i giocatori mediorientali ad asserragliarsi negli spogliatoi. La partita si concluse, in un secondo momento, a Bangkok e i due match successivi furono giocati in campo neutro senza tifosi, è stata una delle sentenze più severe mai pronunciate dalla Fifa.
«Giocare contro l’Arabia Saudita e ottenere la qualificazione è stato un sogno – ha detto Ahn Young-Hak, uno zainichi (oriundo giapponese), centrocampista che gioca in Corea del Sud nel Suwon Samsung Bluewings – Sapevamo che dovevamo giocare al meglio e sapevamo che era l’unica chance per andare ai Mondiali, stiamo stati bravi a centrarla».
Dopo quella del ’66 la qualificazione ai campionati del mondo del 2010 ha il sapore della vendetta consumata fredda. La Corea del Nord, infatti, ha vinto il proprio girone davanti a quella del Sud, qualificata anch’essa, all’Arabia Saudita, all’Iran, che l’aveva eliminata quattro anni or sono, e agli Emirati Arabi Uniti.
Della formazione allenata da Kim-Jong Hun la maggior parte milita nel campionato nazionale e in particolare nella squadra 25 Aprile che prende il nome dall’armata, ma guai a dire che la rappresentativa è il portabandiera del regime. A parte Ahn Young-Hak altri tre giocano all’estero, Russia, Cina e Giappone, quasi tutti zainichi, gli unici nordcoreani ai quali è permesso espatriare e lo stesso vale per i tifosi.
La Corea del Nord nelle qualificazioni mondiali non ha mai perso, vincendo quattro volte, pareggiando altrettanto, segnando 12 gol e subendone solamente 4. Durante questo periodo ha svolto uno stage presso l’FC Nantes, una delle académie francesi più rinomate, per far crescere il proprio livello di gioco, dove ha messo in mostra un buon gruppo, spirito di squadra e grande velocità nei movimenti in campo, evidenziando, invece, una scarsa preparazione fisica e un livello tecnico appena sufficiente. Quest’ultimo era dovuto, soprattutto, alla mancanza dei giocatori che militano all’estero e che sono stati poi determinanti nel centrare la qualificazione, gli stessi sui quali punta Kim-Jong Hun per fare bella figura in Sudafrica.
In Francia la delegazione nordcoreana è riuscita a evitare imbarazzi e domande complicate, aiutata anche dalle autorità locali. In Sudafrica, davanti al mondo, potrebbe incontrare ostacoli maggiori alla censura operata di continuo per non far trapelare le difficoltà interne. Quelle di un Paese governato oggi da Kim Jong-Il, il Caro Leader di una nazione che detiene circa 200.000 concittadini in yodok, campi d’internamento, dove fino agli anni Novanta le torture, gli omicidi e gli stupri erano all’ordine del giorno, così come gli esperimenti medici, i lavori e gli aborti forzati. Secondo l’organizzazione missionaria Open Doors la Corea del Nord è il paese con la più forte persecuzione nei confronti dei cristiani del mondo.
Nel ’98 in Francia Usa e Iran s’incontrarono, le due Coree l’anno già fatto nelle qualificazioni e questa doppia presenza è già storia di sport, ma la diplomazia del football, così come un tempo è esistita quella del ping pong, non pare dare risultati soddisfacenti nel lungo periodo, al di là delle classiche dichiarazioni contingentate.
Piuttosto, visti i precedenti, speriamo che all’Italia non tocchi né la Corea del Nord né quella del Sud: Do You Remember?

I numeri del calcio nordcoreano
Poco più di 22 milioni di abitanti distribuiti su una superficie quadrata di 120.540 km, questa in estrema sintesi la Corea del Nord, che è entrata a far parte dell’ONU solamente il 17 settembre del ’91.
Il K1 è il massimo campionato al quale prendono parte 15 club che però non partecipano alle competizioni continentali. La Federazione è stata fondata nel ’45 e affiliata alla Fifa nel ’58. Nel 2006 ha vinto i campionati del mondo femminili Under 20 e nel 2008 quelli Under 17, battendo in finale gli Usa per 2-1. Nel ranking mondiale occupa la 91a posizione, davanti alle Barbados e dietro al Malawi.
Nel 2002 è stato acceso presso la Fifa un finanziamento di 450.000 dollari all’interno di Goal Project, il 25% è stato destinato alle infrastrutture, il 16 al calcio giovanile, il 29 a quello maschile e il 30 suddiviso tra movimento femminile, medicina dello sport, calcio a 5, beach football e arbitri, nonostante i due mondiali portati a casa dalle ragazze, ma in un Paese che deve fare ancora i conti con i diritti umani quelli delle donne devono per forza mettersi in fila.

domenica 8 novembre 2009

Cristiano Ronaldo / il Fatto Quotidiano


Acquistato per 94 milioni di euro, assicurato per 100, con un valore di mercato attuale di 70 e una clausola rescissoria di un miliardo.
Più che un giocatore Cristiano Ronaldo assomiglia a una società per azioni, strano che ancora non sia quotato in Borsa e che alla sua immagine, dalla quale dipendono poi le entrate pubblicitarie e i rapporti con gli sponsor, non sia stato affiancato un rating per classificarne la rischiosità.
Nel passaggio dal Manchester United al Real Madrid è diventato il giocatore più pagato di sempre, un punto di non ritorno criticato dai saggi e avversato dagli invidiosi. La risposta madridista allo strapotere balugrana, in una lotta che è sportiva solo per una piccola percentuale: Castiglia contro Catalogna, nazionalismo contro indipendentismo.
La stagione monstre del Barcellona di Pep Guardiola ha lasciato il segno, una ferita difficile da rimarginare e il ritorno in plancia di comando di Florentino Perez ha riportato in auge la filosofia dei primi anni del terzo millennio, quella dei galacticos e delle Champions League. Una filosofia che si basa sull’acquisto dei giocatori più forti per produrre merchandising, vittorie e relativi guadagni, una filosofia che già una volta aveva mostrato le sue falle.
Falle oscurate dall’acquisto di Cristiano Ronaldo, Kakà e Benzema. In teoria i galacticos erano tornati e non ce ne sarebbe stato più per nessuno, in pratica il Real Madrid fatica ancora a trovare un equilibrio e l’ingegnere Manuel Pellegrini rischia il posto, come vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro.
In questo Real umiliato in Spagna e schiaffeggiato dal Milan in Champions League il vero grande assente è proprio Cristiano Ronaldo, il calciatore più pagato, quello più atteso (in 80.000 l’hanno accolto al Bernabeu il 6 luglio scorso, nemmeno Maradona), quello che avrebbe dovuto risollevare le sorti merengues e riportare la camiseta blanca sul tetto d’Europa e del mondo.
Galeotta è la caviglia infortunatasi lo scorso 30 settembre nella gara di Champions contro l’Olympique Marsiglia, problema riacutizzatosi dieci giorni dopo durante Portogallo-Ungheria. Situazione che ha aperto un fronte polemico tra la società spagnola e la Federazione portoghese. Intanto, Cristiano Ronaldo è volato in Olanda dal chirurgo Cornelius Van Dijk, che l’ha operato nel 2008, per sentirsi dire che non c’è bisogno di tornare sotto i ferri, ma dovrà stare fuori ancora un mese.
Una tegola indigeribile sia per il Real Madrid, costretto ancora una volta a inseguire il Barça in campionato e in lotta con Milan e Olympique Marsiglia per passare il turno in Champions, che per il Portogallo, impegnato nello spareggio contro la Bosnia Erzegovina per la qualificazione a Sudafrica 2010.
Tra l’incudine e il martello, con il Ct Queiroz che ha già acceso la miccia, intendendo convocare l’attaccante per la gara del 14 novembre. Ipotesi che ha scatenato l’ira del Real e della stampa spagnola: «È impossibile che Cristiano Ronaldo possa giocare con il Portogallo», ha titolato Marca; «Da molto tempo non si allena ed ha ancora male», ha rincarato la dose Pellegrini.
Una situazione paradossale che viene vissuta con ansia da media e tifosi, senza alcuna preoccupazione per il morale di un ragazzo di 24 anni che, comunque, fino a oggi ha dimostrato di saper passare il tempo anche quando non gioca a calcio.
Uno dei passatempi preferiti è quello di collezionare fidanzate, una più bella dell’altra, Paris Hilton a parte. Passatempo che, pare, sia al centro di una “gufata” a cavallo tra il ridicolo e il paradossale. Lo stregone Pepe, infatti, ha deciso di creare problemi al giocatore su commissione, migliaia di euro per rovinargli la carriera pagati da un’ex fidanzata, c’è chi l’avrebbe individuata proprio in Paris Hilton, ricordate la notte brava a Los Angeles?
Il mago, però, l’ha presa sul serio e ha comunicato pubblicamente qual è il suo reale intento: «Al massimo entro quattro mesi Cristiano non potrà più giocare a calcio». Vero o meno, il fatto in sé fa un po’ impressione, tanto che Ronado avrebbe ingaggiato un altro mago per contrastare la magia nera di Pepe, che non teme il confronto: «La mia è una combinazione esplosiva di cui solo Ronaldo soffrirà le conseguenze». A questo punto viene proprio da chiedersi cos’avrà mai fatto l’attaccante a questa ex per farla arrabbiare così.
Intanto il Real Madrid paga più di 25.000 euro il giorno un giocatore che, se tutto va bene, resterà fuori due mesi, considerando anche l’indotto pare che Cristiano Ronaldo costi alla società qualcosa come 80.000 euro il giorno.
La vicenda dell’attaccante portoghese, fuori dal gossip e dalle boutade, ricorda quella di Van Basten, anche lui vittima di una caviglia ballerina. A Madrid sperano che non sia così e, soprattutto, sperano di riavere presto Ronaldo in campo, quello decisivo e devastante ammirato a Manchester.
Lo stesso che ha vinto il Pallone d’Oro, lo stesso che non è stato decisivo nelle due finali di Champions, una vinta e una persa, lo stesso che è diventato famoso con una squadra che gioca a memoria e vince da più di vent’anni.
A Madrid ancora rimpiangono Claude Makelele che era il perno dei primi galacticos, per rimpiazzarlo senza successo sono stati spesi più di 30 milioni di euro.
Nell’immaginario merengues Cristiano Ronaldo è l’anti-Messi, il sogno del calcio spettacolo sotto il cielo del Bernabeu, peccato che nessuno abbia pensato a comprare un mediano per trasformare quel sogno in realtà.

venerdì 6 novembre 2009

L'angolo del gobbo 28 / Il Brivido Sportivo


«Penso a dove sarebbe la Fiorentina se ci avessero concesso i gol regolari segnati contro Lazio e Juventus. Se l’arbitro avesse valutato diversamente il fallo di Contini già ammonito su Gilardino contro il Napoli. Se ci avessero dato i due rigori di mercoledì scorso a Marassi contro il Genoa. E penso che anche contro il Catania ci siamo ritrovati a giocare in dieci per un tempo intero senza motivo a causa dell’espulsione di Dainelli. Inesistente. Un’espulsione che ci turba. Dovrei essere felice per tutto quello che ho detto sui risultati ottenuti ancora dalla Fiorentina e invece mi sento come un cane bastonato. Sono deluso. Come lo sono i ragazzi, l’allenatore e i tifosi», pensieri e parole di Pantaleo Corvino.
Prima o poi dovrò chiedere le royalties su ciò che scrivo, altrimenti se ne impadroniscono un po’ tutti come fosse farina del proprio sacco…
Scherzi a parte, quello che ha dichiarato Corvino dopo la partita con il Catania l’avevo già scritto io due settimane fa, alla Fiorentina mancano decisamente dei punti, ma tutto questo lamentarsi, probabilmente, è il sintomo che manca anche un po’ di carattere.
Mi spiego meglio, quando vinceva la Juventus tutti sapevano con chi prendersela, anche quando vinceva il Milan, con tanto di televisioni al seguito, tutti se la prendevano con i bianconeri. Dopo Calciopoli, però, nessuno sa più con chi prendersela e alla fine ci siamo arrivati: la colpa è sempre dell’arbitro.
Sbagli la campagna acquisti? La colpa è dell’arbitro. Sbagli l’allenatore? La colpa è dell’arbitro. Sbagli gol davanti al portiere? Be’, la colpa è sempre dell’arbitro.
In questo, va detto, non aiuta l’atteggiamento di Collina, sempre polemico e puntuto, più a difesa di se stesso e del suo operato che della categoria tout court. Se Collina restasse un po’ in silenzio e dopo le partite parlassero gli arbitri sarebbe molto meglio, spiegando gli episodi più discussi regolamento alla mano.
Perché, quando sento parlare i dirigenti, gli allenatori, alcuni colleghi, quando vedo i giocatori in campo gesticolare e vociare mi chiedo: ma c’è qualcuno in Italia che conosce il regolamento del giuoco del calcio? Evidentemente no.
Peccato, perché, a parte la stratosferica Inter, questo sarebbe un bel campionato, ma così è un prodotto poco appetibile, soprattutto all’estero dove la moviola non sanno cosa sia.

mercoledì 28 ottobre 2009

L'angolo del gobbo 27 / Il Brivido Sportivo


La Fiorentina ha vissuto una domenica da “Gobbi”.
Non me ne voglia il giocatore viola, ma il suo cognome si sposa a pennello con questa rubrica e, purtroppo per lui, la partita contro il Napoli è stata segnata da due suoi errori, clamoroso quello su Hamsik, che altrimenti sarebbe andato all’uno contro uno con Frey, affaticato sull’affondo di Denis che scappa via sulla fascia e serve a Maggio il gol d’incontro. Proprio nel giorno in cui i “gobbi”, quelli veri, vincono a Siena e staccano la Viola di tre punti, anche se l’unica anti-Inter, come va di moda scrivere di questi tempi, che possa portare questo nome mi pare la Sampdoria, snobbata dai più, politicamente leggera, ma senza distrazioni infrasettimanali e con un Cassano mai visto prima.
La partita contro il Napoli ha dimostrato, comunque, una cosa. La Fiorentina al completo è una squadra competitiva, una squadra che può battersi contro qualsiasi avversario, sia sul piano tecnico che agonistico, senza dimenticare la tattica, sulla quale Prandelli ha costruito un progetto, ma per essere continui serve anche la panchina lunga.
Ecco, questo è quello che ha dimostrato la sconfitta di domenica, i viola, attacco a parte, hanno la panchina corta e se i titolari sono costretti a fare gli straordinari, come la Champions richiede, vengono a mancare fiato ed energie nervose indispensabili per tenere il passo delle migliori.
Forse è anche per questo che, apparentemente, i tre punti lasciati sul prato del Franchi non fanno poi così male, c’è la consapevolezza di essere forti e di giocare bene a calcio. Domanda delle cento pistole: saprà Firenze resistere agli scossoni di una stagione lunga e concentrata come non mai per l’incombente rassegna iridata?
La continuità è stato il problema della Fiorentina nella stagione scorsa e con il Napoli serviva vincere per dimostrare che il problema era stato risolto alla radice. Evidentemente così non è, evidentemente si è fatto i conti avanti l’oste, evidentemente a gennaio serve uno sforzo sul mercato per non restare impantanati nei propri equivoci. Anche perché questa squadra non vincerà la Champions, ma per tenere fede al progetto e alle promesse dovrà almeno riconfermarsi tra le prime quattro, in attesa che l’Italia venga scelta quale sede per gli Europei del 2016 (anche se la Francia è nettamente favorita) e poter rifare così lo stadio, mah…

martedì 27 ottobre 2009

Fabio Capello / l'Unità


L’Inghilterra è il segno del destino, è il paradiso del calcio, è il sogno avverato di un uomo chiamato Capello.
Anche Azeglio Vicini, ex Ct dell’Italia, se lo ricorda e presentandolo a Coverciano in apertura del terzo seminario d’aggiornamento, “Il calcio e chi lo racconta”, organizzato dall’Ussi e dalla Figc, si abbandona all’iconografia: «con un suo gol l’Italia vinse a Wembley per la prima volta».
Il Commissario tecnico dell’Inghilterra arrossisce e non è emozione, semplicemente non ama parlare del passato, di quello che ha fatto, anche perché il Fabio allenatore è arrivato lì dove il Capello giocatore non ha nemmeno appoggiato lo sguardo.
Umanità friulana, performance e umorismo british, qualche sassolino dalle scarpe, c’è tutto questo e molto di più nelle parole dell’ex allenatore della Juventus, sollecitato sulla quale ha detto: «Una società super organizzata, perfetta, dove ho potuto lavorare concentrandomi sul lavoro di tecnico. Imbarazzo? Sì, quello di aver vinto due scudetti sul campo…».
Rispetto, delle persone e dei ruoli, all’ennesima potenza, lavoro ai massimi livelli, risultati conseguenti, in estrema sintesi il cocktail di una filosofia di vita che non prevede la parola fine, ma un continuo inseguire se stesso e i propri limiti: «Le medaglie degli scudetti bianconeri le tengo in un baule, insieme a tutti gli altri trofei, non voglio bacheche in casa».
Guai a far scendere la polvere sulle vittorie, meglio cambiare, meglio passare per quello che non si è, meglio rimettersi continuamente in gioco rischiando in proprio, come a Madrid: «Quando dopo quattro anni di vittorie al Milan Galliani mi disse “se non vinci lo scudetto la tua avventura finisce qua” io risposi che avrei vinto e poi me ne sarei andato. E pensare che all’inizio della carriera mi avevano bollato come yes man».
Eccolo lì Capello a vantarsi senza ricordare la bacheca che virtualmente si porta dietro le spalle, sottolineando contraddizioni ed errori di chi da sempre lo giudica e lo racconta.
Un caudillo con idee severe e non contrattabili, le stesse che lo hanno portato sulla panchina dell’Inghilterra: «Un sogno avverato. L’Italia? No, non m’interessa».
«Ho trovato giocatori veloci e bravissimi sul piano tecnico – dice il Ct dei suoi ragazzi – ma ho dovuto lavorare sulle loro paure, poi abbiamo iniziato il nostro cammino verso Sudafrica 2010».
«Il vassoio? È vero, mi sono arrabbiato perché due giocatori mandavano sms durante il pranzo, ero davanti al buffet e per rimettere a posto un coperchio ho fatto cadere il vassoio, qualcuno ha scritto che l’avevo lanciato».
Un altro sassolino che se ne va, un altro fendente a una categoria che non ama, mettendo in evidenza come in Spagna e Inghilterra i giornalisti sportivi siano decisamente più preparati, soprattutto sotto l’aspetto tattico. Non mancano, però, i tormentoni e se Lippi se la dovrà vedere con Cassano da qui alle convocazioni, a lui è toccato Owen, il golden boy inglese: «Ognuno il suo», glissa Fabio.
Marchiato come antipatico per eccellenza, a Capello non difetta la schiettezza e racconta, attraverso aneddoti ed esperienze dirette, la superiorità del football spagnolo e di quello inglese rispetto al calcio italiano. Impietoso il confronto tra il nostro sistema e quello degli altri due Paesi, soprattutto se visto dal grandangolare delle curve: «In Spagna ti lasciano lavorare e c’è grande rispetto, così come in Inghilterra. In Italia? Ci vorrebbe più coraggio da parte d’istituzioni e società, stadi di proprietà e rispetto della legge».
«Una volta a Roma – ricorda Fabio “Massimo” – ci hanno messo davanti a 5.000 tifosi che contestavano, ho accettato ma non ero affatto d’accordo con la società».
Sicuramente non rammenta quando nella Capitale parlava dello strapotere del Nord, lui che da lì veniva, lui che è figlio di quello stile di vita: «In famiglia mio padre mi ha insegnato il rispetto ed io lo pretendo da parte dei giocatori e dello staff, verso tutto e tutti. Più mi faccio odiare e maggiori risultati ottengo? Se per odio s’intende il rispetto estremo ben venga».
Nessun rammarico, nessun pentimento, nessun regalo dialettico alla risata o all’applauso facili, se lo può permettere Capello, per quello che ha vinto e per ciò che rappresenta, lui italiano di Pieris Commissario tecnico della Nazionale che ha inventato il calcio.
Ma dall’Olimpo non dimentica quando allenava i ragazzini del Milan e catechizzava i genitori, ricordando che un tecnico deve essere anche un educatore senza compromessi, come quella volta a Madrid che durante l’intervallo un giocatore si permise d’intervenire mentre parlava: «Bene, avete già un allenatore, allora io non servo» e se ne andò.
In sala c’è la Coppa del Mondo, l’originale, quella alzata al cielo da Cannavaro nel 2006, Capello nemmeno la guarda, esce e se la lascia alle spalle.
Anche quella, come l’Inghilterra, è un sogno.

sabato 24 ottobre 2009

Rippert e l'AO Kavala / il Fatto Quotidiano


Sul Mar Egeo c’è una piccola città che domina le acque da una collina rocciosa, poco più di 60.000 abitanti e un unico grande orgoglio: l’AO Kavala, la squadra di calcio neopromossa nella Super League greca che a sorpresa, dopo le prime giornate, è a ridosso della zona Uefa.
Soldi sicuri, poca pressione da parte di pubblico e media, aspettative ridotte all’osso, sole, mare e buona cucina, l’ideale per chi ha voglia di rimettersi in gioco o per chi non ne può più dello stress di altri palcoscenici.
Un miraggio che ha sedotto anche Guillaume Rippert. Passato dalle giovanili del Nantes, esplode nel Valenciennes e si afferma al Metz, società con la quale rescinde consensualmente il rapporto per potersi trasferire all’AO Kavala, come da questa richiesto, in cambio di un contratto triennale con cifre a quattro zeri, una casa, una macchina e un bonus alla firma che, però, tarda ad arrivare.
Rippert chiede spiegazioni e si scontra con il padre del presidente, il quale gli urla che se non è contento può anche andarsene.
Il miraggio si sbiadisce e i muri dorati si trasformano in una gabbia dalla quale Guillaume cerca di uscire mettendosi in contatto con la Federazione francese e con il sindacato transalpino dei calciatori, UNFP. Il difensore decide di contattare anche la Federazione greca e scopre che il suo contratto non è mai stato registrato. Controlla meglio e si accorge che nella copia in suo possesso non c’è la firma dell’AO Kavala. Il miraggio è evaporato.
Assistito dall’UNFP e dalla Federazione greca Guillaume decide di lasciare la squadra, nonostante le insistenze della dirigenza, insistenze che si fanno sempre più pressanti e minacciose.
Il presidente Stavros Psomiadis offre 10.000 euro al giocatore per iniziare la stagione e per fermarsi nella sua azione legale. Il tutto avviene in una stanza alla presenza di altri dirigenti e delle loro guardie del corpo con tanto di minacce assai poco velate: «Ci saranno delle rappresaglie se non accetti la nostra proposta».
Messaggio che, però, non intimorisce Rippert deciso a riprendersi la sua vita e il suo sogno di bambino, riuscendo a tornare in Francia di corsa, tra mille peripezie, silenzi e timore per la sua incolumità.
Il ritorno a Parigi, città in cui è nato, è l’inizio della sua seconda carriera calcistica e, forse, di una nuova vita. I primi passi sono fatti di avvocati, burocrazia e preparazione di un dossier per dimostrare il comportamento scellerato dell’AO Kavala e per liberarsi definitivamente di un incubo.
Il caso di Guillaume Rippert è così finito davanti all’Uefa che ha liberato il calciatore da ogni dovere nei confronti della squadra greca. Nel frattempo si è accasato all’Evian Thonon Gaillard FC che milita nel National, simile alla nostra Lega Pro, a cavallo tra professionismo e dilettantismo, ritornando alle origini del football, lui che, tra le altre cose, è presidente onorario dell’Athletic Club Paris 15.
Il calcio si è fermato a Kavala, ma Guillaume ha continuato per la sua strada, fatta di corse e di cross, di fango e di cuoio, e l’ha fatto da uomo.