venerdì 11 dicembre 2009

Celtic Forever


Celtic Forever è una cavalcata tra la miriade di successi e i tanti personaggi che hanno fatto grande il club cattolico di Glasgow, nato nel 1887 su intuizione di un prete, Fratello Walfrid, per finanziare la mensa dove trovavano un aiuto e del cibo caldo i poveri di origine irlandese della città. Dai primi Old Firm con i Rangers, ai Lisbon Lions che nel 1967 conquistarono una storica Coppa dei Campioni contro l’Inter di Herrera, fino ad arrivare ai giorni nostri, la splendida maglia a strisce bianco-verde del Celtic è divenuta un’icona, il simbolo di un’intera comunità, quella irlandese, sparsa per tutto il mondo. Una comunità che si riconosce in tutto e per tutto in un club ormai tra i più famosi del Pianeta. Non a caso anche i supporter del Celtic al Parkhead hanno adottato come loro inno il celebre “You’ll never walk alone” di liverpudliana memoria. Perché i Bhoys non cammineranno mai soli e non scorderanno mai le loro origini e la loro storia, che vale certamente la pena di essere raccontata...

L'angolo del gobbo 32 / Il Brivido Sportivo


È stato un fine settimana soddisfacente e alcuni risultati mi sono garbati parecchio.
Juventus-Inter? No, miei cari cugini viola, perdonate lo snobismo ma a me piace il calcio e quello di sabato sera non c’assomigliava nemmeno lontanamente. Ci sarà pure un motivo se i media italiani si sturbano per un Barcellona-Real Madrid mentre quelli stranieri appena danno il risultato del cosiddetto derby d’Italia. Io la partita di sabato sera non l’ho proprio guardata: troppe parole prima, durante e dopo, troppa tensione in campo e sugli spalti, troppo poca intelligenza, soprattutto dei protagonisti e troppa furbizia.
Se fossi stato Mourinho anch’io mi sarei fatto espellere per lasciare il dubbio su tutto quello che sarebbe accaduto dopo, ma il bravo tecnico portoghese può infinocchiare chi vuole, soprattutto coloro che pagano i diritti televisivi, ma non chi ama veramente questo sport.
Ripeto a me piace il calcio e lo sport, qualche volta mi chiedo anche come faccio a tifare per la Juventus, ma si sa nella vita tutto si può cambiare fuorché la squadra del cuore, quindi mi tengo questa croce in bianconero e tiro dritto.
Un amore che non è incondizionato ma che deve corrispondere anche a una precisa scala di valori quali la correttezza, la lealtà, il bel gioco, la preparazione, l’onestà intellettuale e via discorrendo.
Quindi non posso apprezzare le squadre che sono sostenute da determinate curve ultrà (diciamo che in generale la parola ultrà mi fa venire l’orchite) o che sono allenate da persone che umanamente non apprezzo, per ciò che dicono o hanno detto e per quello che fanno o hanno fatto.
La Fiorentina, in questo senso, mi ha regalato una piccola grande soddisfazione battendo l’Atalanta di Antonio Conte («Non vedo le cose tramutate nel campo, abbiamo problemi, proveremo a risolverli a 360 gradi», tanto per farsi un’idea…), che quando venne all’Arezzo, di fronte alle prime critiche, ebbe l’ardire di dichiarare, parola più parola meno, che non allenava gli amaranto per soldi poiché ne aveva guadagnati così tanti alla Juventus da poter garantire per le sue prossime generazioni, insomma un signore… Non gliel’ho mai perdonata e attendo con pazienza sulla riva del fiume.
Dall’Arno sono arrivate buone notizie, così come dal Tevere. Ogni tanto il campo sa compensare i valori extracalcistici.

giovedì 3 dicembre 2009

L'addio di Larsson al calcio / l'Unità


C’era una volta un principe, diranno i nostri cari lettori.
No, Henrik Edward Larsson non è un principe, ma quasi, sarà per la sua signorilità, sarà che ha dato tutto se stesso in ogni squadra in cui ha giocato, sarà che, in un mondo come quello del calcio, ha mantenuto la parola data. Sarà anche per il titolo di Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico che ha ricevuto nel 2006 per gli anni straordinari passati a Glasgow, sponda Celtic.
Sicuramente la squadra che ne ha esaltato le doti di bomber con 174 gol segnati in 221 partite, vincendo nove titoli, la Scarpa d’Oro, 5 volte capocannoniere della Scottish Premier League, votato 2 volte miglior calciatore del campionato scozzese, oggi il suo nome è nella Hall of Fame dei biancoverdi cattolici.
Adesso che ha deciso di smettere, a 38 anni, sarà ricordato per questo e non solo, perché Larsson è stato uno degli attaccanti più forti e prolifici di tutti i tempi, un po’ sottovalutato ma anche fortunato nelle scelte. In una pausa del campionato svedese, per esempio, 2006-07, è andato al Manchester United con cui ha vinto la Premier League; con il Barcellona ha giocato due stagioni, ma appena in tempo per vincere la Champions League 2005-06; con la Svezia a preso parte a tre Mondiali, ’94, 2002 e 2006, conquistando un terzo posto negli Stati Uniti.
Oggi si direbbe un vincente, ma la sua vita e la sua carriera sono state attraversate anche da momenti difficili, come l’infortunio del 21 ottobre ’99 a Lione: tibia e perone rotti nello scontro con Serge Blanc, negli spogliatoi i compagni di squadra erano affranti, non per la sconfitta, ma per aver perso Henrik, per tutti “Henke”. Larsson torna e il 27 agosto del 2000 segna uno spettacolare 6-2 contro i Rangers di Glasgow, aperitivo di uno storico Treble per il Celtic che in quella stagione vince campionato, coppa di Lega e di Scozia.
Nella sua carriera è stato anche attraversato dall’idea di smettere precocemente con la Nazionale, con la quale ha giocato tre Mondiali e tre Europei, e malevolmente accarezzato da un incipit di depressione, ma la famiglia e il calcio hanno fatto il resto; i figli si chiamano Janice e Jordan in onore del cestista Michael.
Figlio di una svedese e di un capoverdiano ha colpito sempre per la sua carnagione scura e, a tratti, per un’incredibile acconciatura rasta.
Quando ha capito che era il momento è tornato nella squadra della città natale, Helsingborg, e qui ha attaccato per sempre le scarpe al chiodo. Come ha scritto il settimanale spagnolo Don Balon: hasta siempre “Henke”, ha sido un placer. Sì, è stato un piacere.

martedì 1 dicembre 2009

L'angolo del gobbo 31 / Il Brivido Sportivo


Un vecchio allenatore di settore giovanile soleva dire dei propri calciatori: «Bravi ragazzi, belle magline, ma il calcio è un’altra cosa».
Se fissiamo il nostro sguardo sull’occasionissima mancata da Gilardino il vecchio adagio calza a pennello. Intendiamoci, l’attaccante viola è un ottimo giocatore e la Fiorentina a San Siro non ha sfigurato (oggi non parlo di arbitri visto che l’ho fatto la settimana scorsa e non ho cambiato idea), ma quando si fa un numero del genere e si lasciano lì, come mammalucchi, i due diretti avversari, quando poi ci si trova di fronte a Julio Cesar che nulla può la palla va buttata dentro e non contro il palo.
Perché si può giocare più o meno bene a calcio, si può essere una squadra che fa del fair play la propria bandiera, si può avere uno degli allenatori più bravi d’Europa, ma se poi soli davanti al portiere non si fa gol… il calcio è un’altra cosa.
La Fiorentina con l’Inter poteva perdere, stava nelle cose, però così fa male. Fa male ancor di più dopo una settimana in cui la squadra toscana è stata incensata per aver battuto il Lione ed essersi qualificata agli ottavi di Champions League, un traguardo incredibile che aumenta il tesoretto dei Della Valle, un tesoretto che a gennaio potrebbe essere investito per un finale di stagione scoppiettante.
Io mi aspettavo almeno un pareggio, viste le premesse, come aveva detto Prandelli: «Facciamo la Fiorentina». Come al solito Cesare c’aveva visto giusto, consapevole che non è una vittoria e un risultato che fanno una stagione, non è come s’inizia ma come si finisce l’importante. In questo Firenze e la sua squadra hanno dimostrato un atteggiamento old style, mi spiego meglio.
Una volta ai fiorenini bastava vincere contro la Juventus e non a caso hanno conosciuto anche l’onta della B e non solo. Da quando hanno capito che è importante vincere più partite per arrivare in Champions le cose sono cambiate e sono arrivate persone capaci nei ruoli chiave. Dopo la qualificazione in coppa, però, ho letto tra le righe dell’euforia e delle varie dichiarazioni la presenza di quel vecchio baco, come a dire: «Abbiamo fatto il massimo, da adesso in avanti tutto quello che viene è guadagnato». L’Inter ha dimostrato che nel calcio non ci si deve accontentare mai, se si vuole vivere alla grande.

venerdì 27 novembre 2009

Atleti ermafroditi / l'Unità


Caster Semenya sudafricana di Polokwane, campionessa mondiale degli 800 metri piani, qualunque sia l’esito ufficiale degli esami, la IAAF non ha ancora, sibillinamente, concluso il complesso iter, conserverà la medaglia d’oro vinta a Berlino.
Questo è quello che ha annunciato il ministero dello Sport del Sudafrica e che la federazione internazionale non ha né confermato né smentito. Si sussurra di accordi tra i due enti per evitare che, dopo essere diventata (?) un caso sportivo e umano, Caster possa diventare anche un caso politico.
Secondo le prime indiscrezioni, dai controlli fatti sulla sua sessualità, pare che al posto dell’utero e delle ovaie ci siano i testicoli, in questo caso sarebbe un ermafrodito. La federatletica sudafricana l’ha sottoposta a un controllo prima dei Mondiali, quindi sapeva e l’ha scagliata sola contro tutti solo per «riportare il Sudafrica sulla mappa del mondo», come ha dichiarato il ministro delle donne Mayende-Sibiya.
Non sappiamo cosa resterà di Caster, di questo essere umano che dovrà fare ogni giorno i conti con ciò che è e con ciò che appare, presto però si renderà conto che qualcuno l’ha messa al pubblico ludibrio solo per vantarsi di una medaglia d’oro, consapevole che non trattandosi di doping non gliel’avrebbero tolta, un dolo che va ben oltre quello sportivo.
Anche sulla ceca Jarmila Kratochvilova, detentrice del record sugli 800 metri piani, 1’53”28, vincitrice di varie medaglie d’oro e d’argento persino nei 400, sono circolati insistenti sospetti sulla reale identità sessuale. Sarà un caso, ma quel record dura dal 1983, perché come dicono i maligni «solo un uomo può battere un altro uomo». Gli anni Ottanta sono stati per lei quelli della consacrazione dopo malattie e infortuni che l’avevano relegata all’ombra della tedesca dell’est Marita Koch, sulla quale però pesano i sospetti del doping di stato: steroidi anabolizzanti e altre sostanze che erano illegali, ma a quel tempo non rilevabili.
Se l’illegalità del doping aiuta, in qualche modo, a tracciare una linea retta tra ciò che è pulito e ciò che non lo è, l’intersessualità è un argomento decisamente più complicato e non solo per i semplici appassionati di sport, ma anche per il CIO e la IAAF.
Oggi ai transessuali è consentito gareggiare, se legalmente riconosciuti di sesso maschile o femminile, dopo un biennio ormonale post-operatorio, strada che per continuare a gareggiare potrebbe percorrere anche la Semenya; ma è stato nel 1964 che il Comitato olimpico internazionale decise d’inserire il controllo cromosomico, decisione che portò al ritiro di molte atlete senza però risolvere del tutto il problema, vista la varietà delle cause che possono intervenire a livello cromosomico, ormonale e/o morfologico.
In questo senso è emblematico il caso di Stella Walsh, o Stanislawa Walasiewicz, oro per la Polonia ai Giochi di Los Angeles, nel ’32, e argento a Berlino nel ’36, nata a Brodnica ma vissuta a Cleveland dall’età di tre mesi e divenuta poi cittadina americana. È morta il 4 dicembre 1980 colpita da una pallottola vagante durante una rapina a un supermercato e lo stesso coroner ha rinunciato a dichiararsi su quello che probabilmente è stato un caso di mosaicismo: tra quelle che vengono definite anormalità cromosomiche non altrimenti classificate. Anche la sua rivale americana Helen Stephens fu accusata di mascolinità, ma accettò di spogliarsi davanti a una commissione medica, non sappiamo se prima o dopo l’invito di Hilter per un weekend d’amore.
Contemporaneo a Stella Walsh è il caso di Dora Ratjen, o Hermann Ratjen, atleta tedesco morto l’anno scorso, che partecipò alla gara femminile di salto in alto alle Olimpiadi di Berlino del ’36, costretto dal regime, pare, per sostituire l’atleta di origini ebraiche Gretel Bergmann, reintegrata su pressioni del CIO ma poi esclusa dalle gare. Dora e Gretel furono anche compagne di stanza, tanto il tedesco Hermann non avrebbe mai tentato di avvicinarla, rischiando il carcere. Una compagna di stanza strana e misteriosa, ma nessuna pensò che fosse un uomo. Dopo gli Europei di Vienna del ’38, però, due donne ne videro la barba e lo fecero arrestare, una volta riconosciuto come uomo, per frode. Così la medaglia d’oro vinta col record mondiale di 1,70 fu restituita.
Ma dietro quello che è passato alla storia come un “imbroglio sessuale olimpico” c’è dell’altro. Sembra, infatti, che Hermann all’anagrafe fosse stato registrato come Dora e che solo in seguitò abbia manifestato i caratteri sessuali maschili, pur continuando a comportarsi come una donna.
A queste storie poi si uniscono quelle degli atleti transgender, di cui abbiamo scritto, e di quelli che hanno cambiato sesso per i motivi più disparati.
Vero è che dall’introduzione del controllo cromosomico molte atlete di levatura mondiale si sono ritirate dall’attività: la velocista polacca Ewa Klobukowska, la quattrocentista Maria Itkina, la lunghista Tatyana Shchelkanova, entrambe sovietiche, la saltatrice in alto romena Iolanda Balas, le sorelle ucraine Irina e Tamara Press, specializzate nel lancio del disco e in quello del peso.
E chissà quante altre sono sfuggite alla rete dei controlli nel gioco XX, XY, che tanto continua ad appassionare e che non risolverà mai definitivamente la biblica dicotomia tra Adamo ed Eva.
Ermafroditismo
L’ermafroditismo o monoicismo è un fenomeno col quale un individuo di una determinata specie può produrre, contemporaneamente o successivamente, sia i gameti maschili sia quelli femminili. In alcune specie animali, in particolare invertebrati, il fenomeno è comune o addirittura essenziale per la riproduzione.
Transgender
Nella terminologia psicologica, psichiatrica, endocrinologica e legale il termine transgender è utilizzato in termini semplificativi per indicare una persona transessuale non operata ai genitali. Secondo questa accezione del termine quindi transgender diventa un termine per indicare solamente una sottocategoria delle persone transessuali e per separare il/la transessuale operato/a (ai genitali) da quello/a non operato/a.
Controllo cromosomico
Nel 1964 il CIO decise di introdurre il controllo cromosomico, per stabilire con certezza il sesso dell’atleta. Una decisione presa dopo le continue e formidabili prestazioni di molte atlete dell’Est Europa, della cui femminilità molti a Ovest dubitavano, dubbi che le recenti inchieste sul doping di stato nell’ex Ddr hanno formalmente avallato. Pur restando, infatti, fenomeni diversi (doping e intersessualità) è accaduto che alcune, dopo un continuo e massiccio utilizzo di testosterone, il principale ormone maschile, abbiano cambiato sesso. Eclatante il caso di Heidi Krieger, oggi divenuta Andreas.

giovedì 26 novembre 2009

La discesa di Toni / l'Unità


Un amore intenso ma breve. Potrebbe essere archiviata così l’avventura di Luca Toni al Bayern Monaco, con Van Gaal a fare la parte del terzo incomodo.
Sarà per le magre che l’italiano ha messo in fila dall’inizio della stagione, sarà per la crisi di risultati della squadra bavarese, sarà per il vulnus tattico dell’olandese, fatto sta che tra i due è rottura. Una rottura annunciata da Toni su Rai Tre, «Tutte le cose hanno un limite, gli ho detto quello che pensavo e il nostro rapporto è quasi finito», e ufficializzata poi da Van Gaal sulla Bild.
Il tutto condito con uno spruzzo di veleno: Toni si prepara in vista della sfida di Champions e l’allenatore dichiara, invece, che si è “chiamato” fuori dalla rosa perché infortunato. Una caduta di stile che fa pari con la multa comminata per mancanza di disciplina all’ex giocatore della Fiorentina, per essere andato via subito dopo la sostituzione nel secondo tempo del match con lo Schalke04.
Una situazione che stride con il Toni raccontato e incensato fino a poco tempo fa, vincitore di Bundesliga, Coppa di Germania, Coppa di Lega tedesca e della classifica marcatori con 24 reti.
Difficile pensare che sia lo stesso giocatore al quale era stata dedicata una canzone, diventata molto popolare. Il campione del mondo che proprio in Germania aveva alzato la coppa sotto il cielo di Berlino. L’idolo delle donne teutoniche e dei tifosi del Bayern.
Una cosa è certa, la stella di Toni in Baviera è in fase calante, passando dai 24 gol della prima stagione ai 14 della seconda, per finire allo zero attuale. In tutto l’attaccante ha messo insieme 4 presenze in campionato, una con una rete in Coppa di Germania e altrettanto in Champions League. Ha giocato anche due partite con la squadra riserve senza segnare, insomma performance lontane da quelle che lo portarono a vincere la Scarpa d’Oro nel 2006.
«Mi piacerebbe tornare in Italia e giocarmi le mie chance per il Mondiale», ha detto ai microfoni della televisione italiana, facendo arrabbiare Van Gaal e il Bayern Monaco. Un’idea suggestiva, visto che si è parlato anche di un clamoroso ritorno alla Fiorentina, impossibile se guardato dal punto di vista di Gilardino che ama giocare da punta centrale, possibilmente solo, plausibile se legato al caso Mutu.
Anche il Napoli, alle prese con un Quagliarella decisamente sottotono, e la Roma, da sempre alla ricerca di un attaccante italiano di peso, sembrerebbero interessate, ma l’affare è più complicato del previsto.
Se il Bayern Monaco dovesse esonerare Van Gaal in tempi brevi Toni resterà, cercando di capire quanto spazio gli potrà garantire il nuovo allenatore. Se Van Gaal rimane Toni a gennaio sarà sul mercato.
Secondo tuttomercatoweb.com c’era un contratto pronto col Valencia sul quale mancava solo la firma del giocatore, ma i suoi tentennamenti hanno spinto il club spagnolo a chiedere Dominguez al Rubin Kazan. Senza dimenticare il peso dei 6 milioni di euro annui che l’italiano percepisce attualmente.
Più suggestiva l’ipotesi Roma, il cui interessamento è stato confermato dal manager del centravanti Josè Alberti a romagiallorossa.com, interessamento e non trattativa che, eventualmente, procederebbe sull’offerta di un triennale per 2,5 milioni a stagione. Difficile pensare, però, che i tedeschi possano accontentarsi di soli 5 milioni di euro per cederlo a titolo definitivo.
Con Totti formerebbe una coppia mundial decisa a convincere Lippi per la missione sudafricana e capace, almeno nelle intenzioni, di risollevare la Roma di Ranieri, chiamata a un riscatto e possibilmente a uno strappo in avanti nella seconda parte della stagione, per rientrare in zona Champions.
Non discutiamo l’ipotesi Roma ma, con tutto il rispetto dovuto ai protagonisti, l’idea di un attacco azzurro formato da due giocatori che insieme fanno 65 anni non ci entusiasma. Meglio l’esonero di Van Gaal.

lunedì 23 novembre 2009

La Lega Atlantica / Avvenire


Una lega del Nord Atlantico. È questa l’ultima idea sul tavolo del calcio europeo che ha ormai nella Champions League la sua manifestazione di punta, sia come spettacolo che come risultato economico.
A proporla è stato Michael van Praag, presidente della Federazione olandese di calcio e comprenderebbe club belgi, portoghesi, olandesi, scandinavi più Celtic e Rangers di Glasgow.
Le due squadre scozzesi da anni pensano a lasciare la Scottish Premier League, per vari motivi: campionato poco competitivo e quindi poco appetibile anche sotto l’aspetto dei diritti televisivi, di conseguenza scarsa concorrenza europea dei due club che si dividono la partecipazione alla ricca Champions. In verità lo sbocco naturale per entrambi sarebbe la Premier League, anche se vista la forza delle avversarie non garantirebbe un accesso sicuro all’Europa che conta, ma basterebbero i diritti televisivi sul campionato per risollevarne le sorti economiche.
«L’Uefa, attualmente, è conservatrice e piena di paure – ha dichiarato van Praag – Io ne faccio parte, ma credo sia venuto il momento di creare una nuova lobby per aprire nuove frontiere e nuove possibilità».
L’invito più diretto è stato rivolto proprio a Celtic e Rangers, che porterebbero con sé tanta storia, blasone e pubblico, con due stadi meravigliosi. Ma, come nell’Old Firm, la reazione è stata opposta.
Peter Lawwell, dei biancoverdi cattolici, ha definito l’idea un “Frankenstein” calcistico, mentre il suo dirimpettaio protestante, Martin Bain, ha accolto con grandi elogi l’outing di van Praag: «È venuto il momento di un cambiamento nel calcio europeo e ci sono tanti club che la pensano come noi», aggiungendo: «La stessa Uefa sa benissimo che dovrà fare qualcosa per aiutare la crescita dei movimenti più piccoli, per proteggere la natura competitiva della Champions».
Platini, che vuole un calcio più democratico, ha fatto chiudere il G-14, ma ha dovuto fare importanti concessioni ai club politicamente più importanti e la crisi economica sta facendo il resto.